Viaggio in Etiopia – Parte 1 Dancalia

Donna Afar

Mi ci sono voluti ben 9 mesi per riassumere le idee, schiarirle e riuscire a scrivere qualcosa su questo paese che uscisse sinceramente dalla pancia e dalla testa (e adesso che lo pubblico è passato 1 anno).

Ho aspettato 9 mesi prima di riguardare le foto, sceglierle e ordinarle.

Come mai ho impiegato così tanto tempo per “digerire” questo viaggio? Eppure conosco già le infinite varietà che il continente africano può mostrarmi, ho già visto la povertà, ho già vissuto climi estremi, ho già sentito l’odio correre per le strade…L’Etiopia ha sicuramente toccato qualcosa di più profondo dentro di me.

Bambina Afar

Bambino Afar

Quando sono tornata a casa da questo viaggio, non sapevo nemmeno decidere se l’Etiopia mi fosse piaciuta o meno. Non era la prima volta che mi capitava di tornare da un viaggio e non saper dire se lo avevo apprezzato. In questi casi di indecisione mi è sufficiente in genere riguardare con attenzione le fotografie scattate: se mi piacciono, allora anche il viaggio mi è piaciuto. Se le fotografie che ho fatto non mi soddisfano un granché, allora probabilmente non ho apprezzato molto il paese appena visitato. Questa volta il problema era un altro: al rientro dall’Etiopia non avevo nemmeno voglia di riguardare le foto del viaggio! Ero talmente stanca, fisicamente e psicologicamente, che ho abbandonato in un angolo del pc tutto ciò che riguardava questo paese.

E quindi eccomi qui, 9 mesi più tardi, a scoprire che gli scatti che ho fatto mi piacciono e il viaggio stesso in Etiopia mi ha lasciato molto più di quello che avrei immaginato.

Tipiche capanne dei nomadi Afar

Anziana Afar all’ingresso della sua capanna

Dell’Etiopia ho visto solo una piccola parte (in 23 giorni che avevo a disposizione non potevo vedere di più): ho visto ciò che sta a nord di Addis Abeba, la capitale. Ho visto quindi la Dancalia, il Tigrai e la parte cosiddetta “storica” con le città di Axum, Lalibela e Gondar, fino a scendere sul Lago Tana e vedere le cascate del Nilo Azzurro.

Prima di partire mi ero preparata moltissimo, come faccio per ogni viaggio che devo intraprendere, eppure non sapevo realmente a cosa stavo andando incontro.

Dopo la prima notte ad Addis Abeba ho sentito che ancora mi mancava qualcosa, e quel qualcosa l’ho trovata il giorno dopo, quando ci siamo fermati lungo la strada in un piccolo e quanto mai improvvisato bar in cui abbiamo assaggiato il loro caffè, con la loro cerimonia, circondati da etiopi. Finalmente in quel momento mi sono sentita in Africa! Subito dopo siamo entrati nel mercato di Sembete: colorato, affollato, rumoroso e pieno di ogni genere di prodotto. Ho sempre pensato che i nostri mercati sono monotoni paragonati a quelli africani: loro mescolano in un unico e colorato pot pourri tutto ciò che hanno e lo espongono tra un sorso di caffè e quattro chiacchere su come va il mondo. Il mercato quaggiù è vita, è un luogo di scambio non solo di merci ma anche di racconti, di culture che si incrociano, è ciò che fa ruotare la Terra intorno al Sole!

Il mercato del bestiame

Al mercato (notare i denti appositamente limati degli uomini Afar)

Siamo usciti dal mercato sani e salvi scaraventati dentro una nuova realtà: questa notte non dormiremo sotto ad un tetto, sopra di noi avremo solamente il cielo stellato ad avvolgerci. Fragili brande di legno, su cui scaraventare il nostro sacco a pelo, ci separeranno dalla terra rossa d’Africa.

Non so in che modo sia cambiato il paesaggio intorno a noi, non so quanto tempo sia trascorso prima di smettere di vedere la vita, ma lentamente ogni cosa è diventata arida, alla terra si è sostituita la polvere, talvolta il sale, agli alberi prima gli arbusti e poi solo le rocce… Verrebbe da dire che la Dancalia sia una terra “cruda”, ma forse è fin troppo arsa; arsa dal sole, dal vento, dal suolo stesso che ribolle di vulcani e sorgenti di calore… Anche la gente è cambiata: ci sono meno sorrisi, meno volti stondati e lineamenti più spigolosi, sguardi più oscuri o oscurati…

L’accogliente cerimonia del caffè

Anziano Afar

La Dancalia è la terra al confine tra Etiopia ed Eritrea, entrambe ex colonie italiane: l’una per pochi istanti, l’altra molto a lungo. Si tratta di due nazioni che hanno subìto tanto dagli stranieri. L’Eritrea è stata prima colonia italiana, poi inglese, poi regione di confine dell’Etiopia stessa ed infine ha conquistato l’indipendenza e l’autonomia solamente un pugno di anni fa. Adesso l’Eritrea è governata da una feroce dittatura, dicono seconda solo alla Korea del Nord, dittatura che la mantiene isolata e intatta nelle sue variegate sfaccettature.

L’Etiopia invece ha una storia che la fa sentire più “dignitosa”. A causa delle estreme condizioni climatiche e geografiche, è rimasta isolata per secoli. Era qui che i famosi eremiti della religione cristiana venivano, era qui che la regina di Saba aveva il suo palazzo, è qui che dicono sia ancora sepolta l’Arca dell’Alleanza. Questa sensazione di “dignità” ha portato l’Etiopia ad essere l’unico stato africano che si vanta di non essere mai stato colonizzato davvero. Ci hanno provato in tanti ma ci sono riusciti solo in minimissima parte. Non è mai stata colonizzata in effetti… Fino ad ora… Ora centinaia di migliaia di autotreni stranieri l’attraversano ogni giorno, ognuno viene a prendersi un pezzo di Etiopia: chi i fiori, chi il sale, chi altre materie prime… L’Etiopia è un paese che oggi si apre al mondo, un mondo che vuole però squartarla a sua volta…

Da quando l’Eritrea è diventata uno stato autonomo, è sempre stata in guerra con l’Etiopia, e la Dancalia è la regione che mostra questo confine nel profondo…

La bandiera etiope svetta sull’arido territorio dancalo

Il popolo Afar difende strenuamente la sua arida terra

Il clima estremo, le precarie condizioni igieniche, l’ostilità delle genti, hanno trasformato il nostro attraversamento di questa terra nel più difficile viaggio di tutta la mia vita.

Andiamo per ordine.

Il clima. La Dancalia rappresenta una delle più basse depressioni terrestri: si trova circa a 155 metri sotto al livello del mare. Distese di sale inaridiscono l’aria e il paesaggio rendendolo di fatto il più ostile alla vita che ci sia. Il vulcano Erta Ale sovrasta la regione con il suo famoso cono lavico studiato dai geologi di tutto il mondo e probabilmente l’unico motivo per cui in tanti arrivano fin qui. La terra è calda, attraversata da laghi sulfurei e sorgenti di vapori caldi. Insomma di giorno il caldo è insopportabile e la sensazione di essere arrivati alle porte dell’inferno diventa concreta, sembra quasi di poter vivere ciò che Dante descrisse. Di notte invece sei costretto ad usare le loro sistemazioni. Non ci sono alberghi. Non ci sono quasi mai campeggi. Devi obbligatoriamente dormire sulle loro fragili brande di legno sotto al cielo stellato. Il vento si alza e anche il sacco a pelo sembra non essere sufficiente a proteggerti la gola…

Un lago naturale di sostenze oleose che ribolle minaccioso.

Le carovane attraversano il confine con l’Eritrea in una terra in cui solo gli Afar sono in grado di sopravvivere

Le condizioni igieniche. Le brande su cui si dorme sono esposte a tutto: non solo al vento notturno, ma anche ai topi, agli insetti, alle polveri dei camion che incessanti continuano a passare dappertutto per depredare la zona. Tutti si ammalano prima o poi in Dancalia: è quasi impossibile uscire da questa terra senza una febbre, un raffreddore, la tosse o il mal di gola!

La sconfinata piana del sale…

Caldo, esalazioni sulfuree e stanchezza provano fortemente il fisico

Le genti ostili. La Dancalia è la terra del popolo Afar. Popolo di nomadi (in una terra così diventa impossibile non esserlo!), di commercianti di sale, di contrabbandieri. È un popolo che non si riconosce come appartenente ad uno dei due stati e non hanno mai accettato “l’ingerenza” di Etiopia ed Eritrea nel volerli costringere a stare da una parte. Per questo hanno sempre difeso strenuamente e fieramente la loro identità di popolo unico che vive in un confine da loro non riconosciuto. Riconoscono invece i confini con tutte le altre etnie limitrofe che considerano inferiori. Gli Afar non sono di certo un popolo ricco, ma sono fieri come nessuno di essere l’unico popolo al mondo in grado di vivere in una terra così arida ed ostile. Fucile alla mano (il fucile è una sorta di status simbol: appena diventi uomo devi dotartene se vuoi avere un minimo rilievo nella società in cui vivi, quindi tutti gli uomini adulti qui hanno il fucile sempre con sé): chiunque si addentri nelle loro terre deve obbligatoriamente sottostare alle loro leggi, che prevedono sempre il pagamento di “oboli” per qualsiasi cosa. Se non paghi, non sai realmente quello che ti può capitare (ogni anno qualche turista muore ammazzato dagli Afar per vari futili motivi). Ci è capitato addirittura di dover pagare i bagni, la toilette e i sanitari (3 voci diverse!) in un posto senza bagni e in cui ci siamo lavati nel fiume!

In Dancalia tutti possiedono un’arma, al punto che dopo poco non ci si fa più caso

Gli Afar difendono strenuamente il loro diritto a contrabbandare lungo il confine tra Etiopia ed Eritrea, per loro inesistente

Insomma, la Dancalia produce un elevato livello di stress sia fisico che mentale, soprattutto poi per chi come me ha la responsabilità almeno morale di coordinare un gruppo composto da vari partecipanti.

Ma cosa ci ha spinti fino ad una terra tanto estrema? Cosa c’è da vedere o da fare ai confini del mondo?

La maggior parte delle persone giunge fin qui per vedere lo spettacolo della caldera bollente e rossa del vulcano Erta Ale. Purtroppo quando siamo andati noi una parete del vulcano era appena crollata, lasciando praticamente invisibile la caldera bollente. Quindi questa “attrazione” ce la siamo persa… Purtroppo…

E allora cosa abbiamo visto? Anzitutto il lago Afdera: acqua sulfurea dove i locali fanno il bagno vestiti e circondato da accecanti saline dove gli operai ogni giorno estraggono il sale. La visita alle saline l’abbiamo fatta di mattina, quando la temperatura ancora non era così elevata, ma nel giro di un paio di ore quel bianco accecante del sale si è trasformato in un riflesso ustionante che ci ha fatto gradire molto le bibite fresche che ci siamo scolati nel paese limitrofo! Ci vuole davvero una genetica speciale per lavorare sotto al sole tutto il giorno in questi territori!

Un lavoratore della piana del sale

Solo gli Afar riescono a lavorare estraendo il sale in una terra del genere

Altra tappa imperdibile è il Saba River, sulle cui rive abbiamo campeggiato per un paio di notti e nelle cui scarse acque abbiamo goduto di veri bagni rinfrescanti. La cosa più bella di questo fiume è che segna il percorso delle vie carovaniere: file di cammelli pieni di sale da trasportare verso il centro dell’Etiopia e altri cammelli di contrabbandieri eritrei che riportano in patria prodotti da loro proibiti. Se non riesci a vederli lungo il fiume, li vedi comunque per le strade limitrofe… È uno spettacolo incredibile, per loro consueto, un lavoro come un altro, ai nostri occhi di occidentali assuefatti ai motori sembra quasi un romantico passaggio di figure leggendarie…

Poi c’è la piana del sale: un’enorme e apparentemente infinita distesa di sale bianco ricoperta da un sottile strato di 5cm circa di acqua limpida. Ci si sofferma al tramonto e tutto appare innaturale. Si prova a camminare ma occorrono scarpe con suole dure altrimenti ci si taglia (non avevo mai pensato prima che il sale può tagliare… E molto!). Qualcuno ha fatto un buco nel sale per far provare ai viaggiatori cosa significa nuotare in un’acqua così salata… Ed in effetti si galleggia, come fanno i palloncini, sulla superficie senza quasi riuscire a girarsi.

Cammellieri del sale diretti verso il Saba River

I cammelli trasportano grandi blocchi di sale

Ed infine c’è la meraviglia del Dallol. Il Dallol è una distesa informe di colori accozzati insieme, è zolfo, è sale, è millemila elementi chimici diversi che si uniscono a formare una tavolozza fluorescente e incandescente. I colori vanno dal giallo al blu al verde al bianco, tutti intensi, tutti fosforescenti, tutti abbaglianti. C’è acqua sulfurea e tiepida, c’è la roccia dura e tagliente, ci sono formazioni simili ai coralli ma sulle terra emersa e completamente minerali. Ci immergiamo in questa passeggiata ai limiti del fantascientifico, sorprendendoci ad ogni nuova sfumatura e forma strana. Tutto è in formazione in questo luogo, niente è statico come una spiaggia o una montagna. Le nostre guide armate saltellano tra le taglienti rocce mentre noi, in precario equilibrio, indugiamo senza accorgerci che il sole sta salendo. Nelle vicinanze c’è un vecchio villaggio di minatori fatto col sale ormai abbandonato… Ci rifugiamo all’ombra di queste aride mura, inconsapevoli del lungo tragitto del ritorno. Il ritorno in effetti mette a dura prova anche i più affezionati al sole. Il suolo ora si è fatto nero come il carbone, ogni roccia ha mille lame che rischiano di tagliarci piedi e caviglie, ed il sole inesorabile si eleva verso il mezzogiorno… Qualcuno teme di non farcela ma alla fine tutti riusciamo a tornare alle nostre auto e all’ombra di una bassa parete. Ancora una cosa da vedere: un lago di acqua oleosa e ribollente, dai colori cangianti che sfumano dal nero, al blu, all’arancio intenso. Sembra davvero di essere stati alla porta dell’inferno in terra osservando questi ameni e spettrali spettacoli naturali…

Ai confini del mondo esiste una terra estrema e senza eguali: il Dallol!

Sembrano coralli, e invece sono formazioni rocciose e minerali prodotte naturalmente dalle effusioni del Dallol

Ma è giunto il momento di tornare alle nostre brande coperte solo da un cielo di stelle in riva al fiume… L’indomani abbandoniamo questa inospitale regione etiope per scoprirne un’altra: il Tigrai…

Gli Afar proteggono la loro terra estrema

Estremo Dallol

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Comments
  • Lio
    Rispondi

    Amazing 🙂

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